Tespi (l'inventore del "Carro di Tespi", il primo spettacolo viaggiante) poco più di cinquecento anni prima di Cristo, creò la figura del
protagonista (primo attore) separata dal
coro, Eschilo aggiunse quella del
deuteragonista (il secondo attore) Sofocle infine introdusse il terzo attore e la
decorazione di scena.
"L'ultimo giorno" offre allo spettatore tutti questi elementi in chiave moderna: il lettore di scena (che nella tradizione di Tespi corrisponde all'interprete che coincideva con l'autore), il coro che viene interpretato dal canto di
Sasca Malabaila e le decorazioni di scena affidate agli acquerelli di
Maura Scalenghe proiettati sullo sfondo. Più uno: l'
io narrante.
La figura del
narratore accompagna lo
spettatore scoprendo insieme a lui lo svolgersi della vicenda senza mostrare di essere al corrente di fatti che non sono noti allo spettatore stesso e quindi ponendosi al suo fianco, diventando così di fatto un ulteriore elemento dello spettacolo, un elemento che a tratti giudica e altrimenti osserva; ne "L'ultimo giorno" l'
io narrante espone il travaglio interiore del protagonista, conduce lo spettatore nei meandri del pensiero e gli offre tutti i possibili scenari.
C'è un distacco fra
narratore e protagonista/deuteragonista, che consente allo spettatore di "essere" i personaggi senza vederli ma immaginandoli. Complice di questo intreccio, in soccorso dell'astrazione dello spettatore giungono il canto e la decorazione di scena, il tutto in chiave contemporanea.
Dato che "il teatro è l'arte più viva poiché è la poesia della vita" (Silvio D'Amico), la sua evoluzione non può non tenere conto delle sue origini per quanto remote esse possano essere.